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5 marzo 2013


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Fuoco nemico

Sei punti di innesco, quattro a benzina, due di sostanze chimiche a Città della Scienza. 
Incendio doloso.

Voi ci siete mai stati alla Città della Scienza?
Io si, e sono sempre state giornate con il sole.
Ero all'Università, allora, c'erano mostre di disegnatori, fumetti, c'era fermento, c'era vita.
C'erano i bambini che imparavano la scienza. C'erano i loro genitori che imparavano la scienza. C'ero io che imparavo la scienza. 
Quel posto era magico, perché ti dava la possibilità di imparare, di capire piccole grandi cose che altrimenti non avremmo capito. Era come uscire da quello che si leggeva sui libri di scuola ed esserci in mezzo. Io lo so non perché l'ho letto, io lo so perché l'ho fatto. Ti sentivi grande e ti sentivi piccolo. Imparo questo, ma quante cose potrei imparare ancora?
L'approccio empirico era divertente.
Io credo che da qualche parte, alla Città della Scienza, qualcuno insegnava anche che il fuoco può nascere per caso, ma non sempre è così. Non ci vuole la Scienza.
Stamattina ardo anch'io, di rabbia. 
Quello era un posto nuovo, un posto altro. Un simbolo, una speranza? No, era qualcosa di meglio, era un posto vero, un posto vivo.
E' andato tutto in fumo. Sono bravi questi che non conoscono il significato di metafore a cancellare l'aspetto metaforico. Loro sono letterali. La Città della Scienza è andata in fumo per colpa del fuoco, quello fatto di alte fiamme, perchè lì il fuoco già c'era, ma era un fuoco diverso, era un fuoco amico, quello alimentato dal vento buono. 
Stanotte di vento non ce n'era, nessun tipo di vento, ma il fuoco si.
Adesso ci sono solo macerie. Solo macerie.
Oggi non si dovrebbe parlare d'altro. Oggi si dovrebbe parlare solo di queste macerie, perchè non sono solo le macerie di Napoli, dei napoletani. 
Oggi dovremmo essere tutti lì, tra quelle macerie per dire che appartengono a tutti e per dire che quelle macerie siamo noi.
Dovremmo essere talmente tanti che se davvero ci fosse il dolo, chi ha appiccato le fiamme dovrebbe avere paura, paura di tutti.
Dovremmo essere lì, a dire che questo fuoco riesce solo a ricordarci che possiamo essere Fenice. Dovremmo essere lì a dire: "Scusateci se abbiamo permesso che il vostro fuoco fosse più forte del nostro, ma grazie per averci ricordato che il nostro deve essere più forte del vostro." 

Sei punti di innesco, quattro a benzina, due di sostanze chimiche a Città della Scienza. 
Incendio doloso.

Se fosse davvero così, adesso tocca a noi ardere, mentre loro dovrebbero marcire in galera e poi bruciare all'inferno. Se non lo facessimo saremo condannati, esattamente come loro.
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15 luglio 2011


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La camorra a Pagani non esiste

La sveglia è suonata come tutte le mattine. Poi ha squillato il telefono.
Mia madre: "Hai saputo la notizia?"
"E' morto Berlusconi?"
"No, hanno arrestato Alberigo Gambino."

Alberigo Gambino, ex sindaco di Pagani (Sa), rieletto al suo secondo mandato con il 76,7% dei voti, il sindaco più votato d'Italia nelle amministrative del 2007, ora consigliere nella giunta regionale della Campania, era finito in passato sotto inchiesta per peculato e condannato in primo e secondo grado e allontanato dai pubblici uffici. Lo scorso 19 maggio, poi, il Consiglio regionale della Campania aveva preso atto del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 aprile che disponeva la cessazione della causa di sospensione dalla carica di Gambino, che veniva quindi reintegrato come consigliere regionale.

Stamattina i carabinieri lo hanno arrestato con l'accusa di concussione e associazione per delinquere finalizzata allo scambio elettorale politico - mafioso. Con la sua stessa accusa sono state arrestate altre sei persone: Raffaele Trapani, presidente della Paganese Calcio; Giuseppe Santilli consigliere comunale del Pdl; Antonio e Michele Petrosino D'Auria; Francesco Marrazzo, imprenditore della Torretta Cave, Giovanni De Palma, architetto dell'ufficio tecnico di Pagani.

Ho riso e ho detto a mia madre: "Mamma, può capitare quando fai parte del partito degli onesti!"
Poi ho cominciato a pensare.
Ci pensavo mentre leggevo le battute d'agenzia e le notizie on line dai vari siti di informazione.
Ci pensavo mentre guardavo le gallerie fotografiche dei fatti importanti della giornata, che mi arrivano via mail per il lavoro che faccio (c'era anche il faccione di Alberigo).
Ci pensavo mentre un amico mi raccontava la meraviglia per una cosa che gli era capitata la sera prima.
Ci pensavo mentre non riuscivo a concentrarmi sulle sue parole, ma sentivo salire il mal di stomaco.
Ci pensavo mentre commentavo la notizia con un amico delle scuole medie. Le scuole medie fatte in una scuola di Pagani.
Ci pensavo e ci penso ancora: "Non c'è niente da ridere!"
Di che schieramento sia Alberigo Gambino non ha importanza. L'accusa dice: Gambino con altri avrebbe creato un sistema che, con la complicità locale e di livello regionale, consentiva loro di gestire la pubblica amministrazione per controllare le principali attività economiche e imprenditoriali della zona.
La camorra come sistema di governo.
Tutti uguali. Chi ha fatto, chi ha lasciato fare, chi griderà al complotto, chi proverà ad usare le parole per giustificare.
Ecco a voi il sistema politico - mafioso.
Me ne frego dei nomi, delle facce, della vergogna, della tristezza.
Quello che state facendo a questo paese fa schifo.
Quello che stiamo lasciando fare a questo paese fa schifo.
Voi mi fate schifo. Io mi faccio schifo.
Sento il disagio, la rabbia, l'indignazione, la rassegnazione, la volontà di non voler più pensare di tornare.
Voi mi fate schifo. Io mi faccio schifo.
Voi che, come me, dite che la camorra sta solo da una parte. Voi mi fate schifo.
Voi che dite che è tutta una montatura. Voi mi fate schifo.
Voi che dite che ormai è tutto normale. Voi mi fate schifo.
Voi riuscirete persino a dire che la camorra non esiste. Voi mi fate schifo.
Io potrò pensare che sia tutto normale e che avete ragione e allora si che mi farò schifo.
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18 novembre 2010


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Quando ti arresto un boss

La notizia è la presa di un noto latitante: Antonio Iovine, detto "O' Ninno", del clan dei Casalesi.

A me due cose sono venute in mente.
La prima è una canzone neomelodica napoletana di Gianni Celeste dal titolo "Nu Latitante"
...nu latitante nun tene cchiu niente
luntano rr'o bbene a nascuse da gente
lurtimo amico a deventa importante... (*)

La seconda sono le strane coincidenze.
Il capo della camorra era in fuga dalla giustizia da circa quindici anni ed era tra le priorità investigative nell'azione di contrasto alla criminalità organizzato.
Si trovava in un covo di Casal di Principe, nella quinta traversa di via Cavour, in casa di un uomo considerato adesso un suo fiancheggiatore. Iovine si nascondeva in una intercapedine ricavata in una villetta appartenente alla famiglia di Marco Borrata, 43 anni. (**)

Per la serie: dove lo cerchiamo un latitante di spicco della camorra del clan dei Casalesi di Casal di Principe? E quando lo catturiamo?

Per un pubblico la notizia di un arresto clamoroso si basa su un fatto.
Per un pubblico la notizia di una polemica nata da un monologo si basa su parole. Anche se quelle parole sono il frutto di accertamenti di fatti.
Un fatto batte le parole.
Poi ci si tende la mano e il pubblico non capisce più chi è il buono e chi è il buono diffamato.

Io da cittadina gioisco di un arresto, plaudo al lavoro delle forze dell'Ordine, seguito a sperare nella lotta alla Camorra e provo a continuare a pensare con la mia testa.
E provo a chiedermi: cosa avrà da ghignare un latitante comorrista che presta la faccia ai flash mentre attraversa la folla di cameramen, fotografi e curiosi, stretto tra gli agenti?

(*) http://www.lyricsmania.com/nu_latitante_lyrics_gianni_celeste.html
(**) http://www.repubblica.it/cronaca/2010/11/17/news/antonio_iovine-9224416/?ref=HREA-1
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23 settembre 2010


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Gli eroi non muoiono

Ci sono persone che fanno bene il loro lavoro. Ci sono giornalisti che sanno scrivere la verità. Ci sono verità che diventano condanne a morte e insegnano, a chi resta, il valore che possono avere certe parole. Giancarlo Siani sapeva fare il suo mestiere, non era ancora un giornalista professionista, ma aveva coraggio e passione. E aveva 26 anni appena compiuti. Campano e martire. Campano ed eroe. Un eroe morto 25 anni fa, il 23 settembre del 1985. Ammazzato perchè aveva coraggio, passione e perchè sapeva fare il suo lavoro: scrivere la verità.

Questo è l'articolo pubblicato da "Il Mattino" del 10 giugno del 1985 che decretò la sua condanna a morte.

Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l'arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato.
Il boss della Nuova famiglia che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell'area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l'altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro.
Dopo il 26 agosto dell'anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto «strafare».
La sua ascesa tra il 1981 e il 1982: gli anni della lotta con la «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo. L’11 settembre 1981 a Torre Annunziata vengono eliminati gli ultimi due capizona di Cutolo nell'area vesuviana, Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo. Da boss indiscusso del contrabbando di sigarette (un affare di miliardi e con la possibilità di avere a disposizione un elevato numero di gregari) Gionta riesce a conquistare il controllo del mercato ittico.
Con una cooperativa, la Do. Gi. pesca (figura la moglie Gemma Donnarumma), mette le mani su interessi di miliardi. È la prima pietra della vera e propria holding che riuscirà a ingrandire negli anni successivi. Come «ambulante ittico», con questa qualifica è iscritto alla Camera di Commercio dal ‘68, fa diversi viaggi in Sicilia dove stabilisce contatti con la mafia. Per chi può disporre di alcune navi per il contrabbando di sigarette (una viene sequestrata a giugno al largo della Grecia, un'altra nelle acque di Capri) non è difficile controllare anche il mercato della droga.
È proprio il traffico dell'eroina uno degli elementi di conflitto con gli altri clan in particolare con gli uomini di Bardellino che a Torre Annunziata avevano conquistato una fetta del mercato. I due ultimatum lanciati da Gionta (il secondo scadeva proprio il 26 agosto) sono alcuni dei motivi che hanno scatenato la strage. Ma il clan dei Valentini tenta di allargarsi anche in altre zone. Il 20 maggio a Torre Annunziata viene ucciso Leopoldo Del Gaudio, boss di Ponte Persica, controllava il mercato dei fiori di Pompei. A luglio Gionta acquista camion e attrezzature per rimettere in piedi anche il mercato della carne. Un settore controllato dal clan degli Alfieri di Boscoreale, legato a Bardellino.
Troppi elementi di contrasto con i rivali che decidono di coalizzarsi per stroncare definitivamente il boss di Torre Annunziata. E tra i 54 mandati di cattura emessi dal Tribunale di Napoli il 3 novembre dell'anno scorso ci sono anche i nomi di Carmine Alfieri e Antonio Bardellino. Con la strage l'attacco è decisivo e mirato a distruggere l’intero clan. Torre Annunziata diventa una zona che scotta. Gionta Valentino un personaggio scomodo anche per gli stessi alleati. Un’ipotesi sulla quale stanno indagando gli inquirenti e che potrebbe segnare una svolta anche nelle alleanze della «Nuova famiglia». Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana. Con la cattura di Valentino Gionta salgono a ventotto i presunti camorristi del clan arrestati da carabinieri e polizia dopo la strage.
Ancora latitanti il fratello del boss, Ernesto Gionta, e il suocero, Pasquale Donnarumma.

Giancarlo Siani.

http://www.giancarlosiani.it
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8 settembre 2010


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Di camorra si muore

Un sindaco è stato ucciso dalla camorra. Tornava a casa. Lo hanno colpito mentre era in macchina scaricandogli addosso una serie di colpi. Un'esecuzione in piena regola per punire un uomo che aveva fatto della legalità il proprio modo di governare.
Era l'11 dicembre 1980. Quell'uomo si chiamava Marcello Torre ed era sindaco di Pagani.

Un sindaco è stato ucciso dalla camorra. Tornava a casa. Lo hanno colpito mentre erano in macchina scaricandogli addosso una serie di colpi. Un'esecuzione in piena regola per punire un uomo che aveva fatto della legalità il proprio modo di governare.
Era il 5 settembre 2010. Quell'uomo si chiamava Angelo Vassallo ed era sindaco di Pollica.

Pagani e Pollica sono due comuni della provincia di Salerno. Pagani fa 35.934 abitanti. Pollica ne fa 2474. Tra Pagani e Pollica ci sono 113 chilometri, 30 anni e due uomini, due sindaci morti per buona amministrazione.

Per l'omicidio di Marcello Torre il 10 dicembre 2001 la Corte di Assise di Appello di Salerno condanna all'ergastolo Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, sentenza confermata dalla Corte di Cassazione il 4 giugno 2002. La condanna a morte di Torre era stata decisa dalla NCO perchè il sindaco di Pagani si era opposto apertamente alle infiltrazioni camorristiche nelle procedure di assegnazione degli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto dell'Irpinia.
Per l'omicidio di Angelo Vassallo indaga la Direzione Distrettuale di Salerno.

Nel 1980 io vivevo a Pagani, avevo 2 anni e non ricordo l'agguato a Marcello Torre. Da oggi ricorderò quello di Angelo Vassallo, ma in questa guerra nessuna vittima può essere dimenticata.
 

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