4 giugno 2012


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Il (mio) terremoto.

Quasi tutti abbiamo un terremoto.
I siciliani, i friuliani, quelli che vivono in Umbria, gli abruzzesi, gli emiliani. Io sono campana e il mio terremoto è quello del 1980. Avevo due anni.
Non dovrei ricordare nulla e, invece, ricordo. Ricordo mio padre che mi dava da mangiare piccoli pezzettini di mozzarella. Ricordo la fretta con cui mi prese in braccio, le scale che scendeva e che sembravano non finire, il vicino del primo piano che era già in strada. Forse non dovrei ricordare nulla, forse sono i racconti degli altri, ma nessuno mi ha mai detto cosa mio padre avesse addosso quella sera, eppure me lo ricordo. 
La paura non me la ricordo, forse per quella ero piccola. 
La paura arriva adesso, ora che vivo a Milano, lontana dagli epicentri, dove le scosse arrivano senza danni. Mettono solo paura e fanno affiorare i ricordi di altri terremoti lontani.
So che la paura è quella di chi ad ogni scossa perde un altro pezzettino di sé: la casa, la chiesa, la tranquillità, la sicurezza, la lucidità.
La paura di non poter rientrare nelle proprie vite. 
Capitò anche a noi, ma io avevo due anni e non lo capii. Per un po' dormimmo dai miei nonni materni. Fu la mia piccola fortuna. Mio nonno mi fece da baby sitter, mi cantava le filastrocche. Io fui l'unica nipote a crescere dandogli del tu, nessun altro nipote lo ebbe come baby sitter, nemmeno mio fratello che era più grande e c'erano già le scuole, gli amici. Successe così che lui, nonno contadino e capostipite di una famiglia numerosa, per me fu sempre Nonno Orsolo. Del resto un nonno contadino, capostipite di una famiglia numerosa poteva solo chiamarsi come sua moglie, Orsola, ma al maschile. Ragionano così i bambini di due anni, durante un terremoto di cui non ricorderanno la paura. Per quella ci sarà tempo.


Sega, sega mastu Ciccio,
na panèlla e nu sacìccio;
‘a panèlla nce ‘a mangiàmmo
e ‘o sacìccio nce ‘o stipàmmo;
nce ‘o stipàmmo pe’ Natal, quanno véneno e zampugnarì



23 novembre 1980

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